Intervista a “Santorosso” su Ragioni e Conflitti – periodico del PCI

INTERVISTA A SANTOROSSO: MUSICA E POLITICA

Intervista a cura di Fabio Ferraris – Segreteria nazionale FGCI

su “REC – Ragioni e Conflitti”, periodico del Partito Comunista Italiano – rubrica #LANUOVAGENERAZIONE a cura della FGCI

Luca Rodilosso, in arte Santorosso, nato e cresciuto a Milano.
Cantautore, militante del Pci, e (non per ultimo) fondatore della community “Ritmi Italia”, dove musicisti emergenti possono farsi conoscere e fare rete.

  1. Ciao Luca! Grazie di averci concesso questa intervista!
    Raccontaci un po’ di te e degli inizi: qual è la storia del tuo nome d’arte?
    Quando hai cominciato ad avvicinarti alla musica e alla militanza?

Anzitutto ci tengo a precisare che musica e militanza sociale quando ti coesistono dentro nascono sempre assieme, fin dall’adolescenza, e sono entrambe passioni impegnative e “gelose” l’una dell’altra, perché richiedono molto tempo e impegno. Sempre ammesso che si riesca a seguirle adeguatamente quando poi si svolge un’altra attività lavorativa e se si ha la fortuna di mettere su famiglia – come nel mio caso.

Non sono un giovanissimo: classe 1985, la mia prima formazione politica si avviò nel periodo del berlusconismo, del centrosinistra di Prodi e del primo Partito dei Comunisti Italiani. Così per la musica: nella Milano dei primi anni 2000 erano all’avanguardia personaggi e gruppi di cui alcuni oggi inseriti nello star system come gli Afterhours, Elio e le Storie Tese, i Marlene Kuntz, Marta sui Tubi, per non parlare di tutto il panorama punk italiano, dai Punkreas alle Porno Riviste. Nel mercato internazionale imperavano The Offsprings, Millencolin, LinkinPark, Green Day. Sempre nella Milano da me vissuta in quegli anni, i locali musicali, oggi tutti chiusi, erano delle istituzioni nel pieno fiorire del primo circuito alternativo post millennio, da “Le Scimmie” al “Propaganda”, al “Rainbow”, quelle serate erano sempre occasione di incontro, di scoperta, di crescita.

Nella sostanza, proprio per l’impegno e la “gelosia” che queste due passioni (musica e politica) hanno l’una verso l’altra, il “primo turno” è andato alla politica e alla militanza, per svariati anni, passando dal liceo e accompagnandomi per tutta l’Università: sono stati anni formanti e importanti per tutto quello che è venuto poi dopo, e che ancora oggi hanno lasciato un segno, compresa questa intervista al vostro – e nostro, mi permetto di dire – bellissimo periodico comunista.

Il “secondo turno” se lo è preso, giustamente, la musica: meglio dire che la musica non ha mai smesso di accompagnarmi – fin da bambino ascoltavo tutti i cantautori italiani dai cd che i miei mettevano nello stereo, fino a imparare la chitarra già dalle medie – ma è come se la militanza politica avesse chiesto una parentesi alla musica nella mia vita. Negli anni dal 2010 al 2012 Milano, dopo anni di torpore culturale, rivisse una nuova primavera e le persone, sulla scorta di quello che accadeva quotidianamente in altre città europee come Barcellona, iniziarono a riprendersi letteralmente “la piazza”, con l’organizzazione di “Botellòn” (nome e movimento non a caso spagnolo, nato poco prima del 2000) comprando da bere da asporto, sedendosi sulle panche o per terra, portando strumenti come chitarre, violini e persino trombe, fisarmoniche e sassofoni in piazza: questo accadde in quegli anni soprattutto nella zona Navigli e Colonne di San Lorenzo, anni nei quali ricominciai a riprendere in mano, appunto, la musica. La “moda” passò ad altre città italiane, Roma e Napoli ad esempio, sempre in quel periodo.

Fondammo un primo gruppo musicale, che faceva le prove proprio nella vecchia sede dei Comunisti Italiani di Milano, dietro alle Colonne di San Lorenzo, in centro città (era dentro un ex convento e non si disturbava nessuno) e ci chiamammo “De Amicis 17” in onore all’indirizzo del civico della sede. Facevamo una via di mezzo tra folk e reading poetico, ma cantato.

Il nome “Santorosso” sarebbe poi nato successivamente, intorno a una mia idea nel 2015, che trasse ispirazione dal soprannome “Santo” che alcuni amici mi avevano “affibiato” per via di una loro considerazione verso il sottoscritto come di un “portafortuna”, e “rosso”, che credo tra compagni non necessiti di spiegazioni. All’attivo tengo un album edito nel 2017, “Siam solo uomini”, e tre singoli, uno dei quali è stato preparato come “inno” per il congresso del Pci del 2018 a Orvieto, “Per il comunismo”. Gli ultimi due singoli sono stati “Metodo – Ma va a ciapàa i ràtt” (2019), un rock con un inserto leggermente rappato in milanese, e “Canto dei Fantasmi” (uscito il 4 agosto 2020).

  1. La tua musica è un mix di cantautorato old-style politicamente impegnato e una ventata di freschezza nel marasma delle composizioni: a chi ti ispiri?
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Ti ringrazio per la corretta definizione del mio genere – anche se non mi faccio mancare una vena spiritualista e intimista – infatti parlare di singoli soggetti e autori dai quali traggo ispirazione risulterebbe riduttivo, anche se per dovere di cronaca qualche indicazione la fornisco.

Sicuramente il mio cantautorato “vecchio stile” di riferimento affonda nelle radici della milanesità anni ottanta, da Alberto Fortis (Duomo di Notte, Settembre) a Alberto Camerini (Rock’n roll Robot, Serenella), passando per i più antichi Jannacci, Gaber, fino ad arrivare alla sarcasticità parossistica degli Squallor e poi di Elio e le Storie Tese. Tutto questo rivisto alla luce di una sonorità rock ereditata dal circuito musicale alternativo dei primi anni 2000, come già prima descritto.

  1. Cosa ne pensi della wave degli ultimi anni nella musica? Credi che i generi mainstream possano prestarsi a diventare portavoce di un messaggio politico ben preciso e schierato? Quali sono i consigli che ti senti di dare ai giovanissimi autori emergenti?

Questi anni, è inutile nascondercelo, viviamo l’”epoca del disimpegno”, e per quanto si possa essere o sentirsi portatori di messaggi e di valori, occorre capirne veramente e sinceramente il perché. Sicuramente il parlarsi e piangersi addosso, tipico di molti ambienti della sinistra in Italia, non ha giovato, e questo ha avuto dei risvolti anche sul piano culturale, ma questo non cancella le esigenze e le aspirazioni di giustizia degli esseri umani.

I generi mainstream, per loro definizione, prendono quello che c’è di “commestibile” per una massa e lo rendono in un sistema “a ripetizione” basandosi sulle logiche economiche del mercato. Quindi essi non sono motore di sviluppo “di per sé”, ma è indubbio che, dato il prorompere di una nuova ondata di musica emergente indipendente sviluppatasi in questi anni, anche la qualità del mainstream stesso per reggere il passo ha visto un notevole miglioramento tecnico-musicale e anche di testo, oltre che una abbondante commistione con la sonorità elettronica.

I giovanissimi all’apparenza appaiono disinteressati a un certo tipo di musicalità, ma non è proprio così: parlando di “nuova onda” ci sono molti artisti interessanti oggi (Rancore, Psicologi, Young Kali, Margherita Vicario, Coma Cose, Fast Animal and Slow Kids, Eugenio in Via di Gioia, Pinguini Tattici Nucleari per citarne solo alcuni) appartenenti alle scene di diverse città italiane, che stanno affrontando temi a carattere intimistico, certamente, ma con una modalità che non si può certo definire conformista e che comunque mantiene degli appigli a certe considerazioni generali sulla società in cui viviamo. Pertanto, se consigli ne devo dare, ai giovani emergenti che oggi si affacciano e cercano di avviare una buona produzione musicale, oltre a dire di essere se stessi, di non farsi intimorire dagli ostacoli sul loro percorso e di non scoraggiarsi, non potrei fare altro che aggiungere: “continuate così”.

I percorsi di dialogo tra arte e politica non vanno forzati, come nei rapporti sociali, ci deve essere l’incontro dettato dalle condizioni storiche. Se no si parla, legittimamente, di propaganda, che però è una cosa diversa.

  1. Com’è stata l’esperienza Sanremo Rock?

Come per tutti i contest live, di per sé è stata un’esperienza interessante che mi ha portato a conoscere altri gruppi e artisti, ma soprattutto è stato un passaggio importante che mi ha permesso di lavorare con tre validi musicisti professionisti: Lorenzo, Giovanni e Pietro, tutti con un decennio in meno di me ma con già importanti collaborazioni musicali (per qualcuno anche di rilievo nazionale), peraltro permettendomi di attivare un crowdfunding per il sostegno delle nostre spese per la partecipazione al contest.

  1. Parlaci di Ritmi Italia, il tuo progetto di condivisione e di supporto di giovani talenti!

Senza avere pretesa alcuna di risolvere una questione che ogni artista, alla fine, deve risolvere basandosi sul suo impegno e talento, ho visto che la musica è diventata più “democratica” – con la possibilità di autopubblicarsi sugli store digitali come Spotify e Youtube – ma solo in apparenza, perché poi è come se il tuo singolo o album fosse magari messo sì in uno scaffale di un negozio musicale importante (per fare un paragone con la distribuzione fisica, oggi ridimensionata dal web), ma in una pila nascosta, in alto, che non vede nessuno.

Ecco che quindi, al momento ragionando su una playlist Spotify comune e su un sito web per le presentazioni dei gruppi, degli artisti e dei lavori in uscita, ho pensato che fosse fondamentale l’autopromozione reciproca: ascoltarsi, condividersi sui social, cercare di incrementare i numeri diffondendo reciprocamente i vari brani, sono ottime prassi per i musicisti indipendenti che un sito web e una playlist ben organizzata possono “amplificare”, come se fosse una forma dilatata nel tempo e nello spazio telematico di una raccolta di un festival musicale, con un proprio nome e un proprio logo. A fianco di questa comunità, che è in crescita e vede adesioni online da tutta Italia, io e alcuni nuovi collaboratori che mi daranno una mano conosciuti tra questi artisti, stiamo lavorando all’apertura anche di una webzine più specifica per interviste e approfondimenti, che chiameremo “Italia Sonora”. Questi strumenti si propongono di porre un minimo di argine al mercato drogato delle playlist a pagamento e delle promozioni digitali, dove solo le major possono investire cifre tali da condizionare gli algoritmi dei social, e la consideriamo una piccola forma di difesa della democraticità della musica.

  1. Come procede la tua avventura musicale in questo periodo di emergenza sanitaria? Hai re-inventato il tuo modo di esibirti?

Sicuramente c’è stata una interruzione considerevole, se penso che tra fine 2019 e inizio 2020 avevo già concretizzato tre partecipazioni a concerti live di due contest e avevamo strutturato il gruppo di musicisti che mi supportava in questi live, con la possibilità con la bella stagione di partecipazione a varie feste locali.

Mi sono quindi concentrato sulla promozione digitale e social, sul lavoro di contatto con alcune emittenti radio, sia fm che online ma prevalentemente locali anche se diffuse sul territorio nazionale, e su alcuni video di live streaming che sicuramente nei prossimi mesi riprenderò a pubblicare; certamente tutto questo non può sostituire la bellezza, il calore umano e l’emozione empatica di un concerto live. Quindi è chiaro che, prima o poi, bisognerà trovare nuove modalità anche tecniche e in sicurezza per permettere qualche esibizione in pubblico, ed è un discorso che vale per l’intero settore, che sicuramente è sempre stato poco considerato se non come un’espressione di convivialità: cosa alquanto errata, perché la musica, come tutte le arti, è linguaggio, e quindi cultura che forma società e cittadinanza.

  1. Come riesci ad integrare lavoro, famiglia, musica e politica?

Una bella domanda, che non ha un’unica risposta: ovviamente l’essenziale rimane quello che è la base del nostro vivere e quello che è necessario al suo sviluppo, pertanto, finché – permettendomi una battuta – non si riuscirà a fare della musica e della sua promozione un lavoro a sé – è chiaro che la priorità rimane la propria sfera privata. Sicuramente la gestione digitale delle promozioni a più livelli – occupandomi di comunicazione per il regionale lombardo del Partito – aiuta moltissimo a sincretizzare queste varie passioni ed impegni, al momento. La comunicazione – anche digitale, basti vedere la nascita dei movimenti politici come i 5 Stelle o la “Bestia” salviniana – riveste e rivestirà un ruolo sempre più fondamentale anche nell’organizzazione politica. Poi si vedrà.

  1. Come sta andando Canto dei Fantasmi?

Più che ottimamente, direi: non solo migliaia di ascolti su Spotify, ma una forte presenza in alcune radio locali che hanno accolto il mio brano e che ringrazio sentitamente di cuore, stanno rendendo questa mia “avventura” ancora più stimolante e sicuramente sarà necessario, prima o poi, replicarla dal vivo.

  1. Progetti per il futuro?

Direi che ce ne sono fin troppi, come già abbondantemente vi ho raccontato. Mi permetto solo di dilungarmi per ringraziare voi compagni e la redazione di REC e della rubrica “La Nuova Generazione”, che state facendo un lavoro fondamentale sulla comunicazione e sul rilancio dell’attività politica in questo versante, e che avete messo a disposizione un veicolo fondamentale per la trasmissione di informazioni e culturale, senza il quale queste ultime rimangono lettere morte, in cima a uno scaffale, come qualche cd o disco che meriterebbe un ascolto in più.

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