Solidarietà a Cuba dal PCI Lombardia

La Segreteria lombarda del Partito Comunista Italiano, a nome di tutti i suoi iscritti e simpatizzanti condanna la mancanza di gratitudine espressa dal governo italiano che ha votato contro la risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu per chiedere lo stop delle sanzioni economiche anche contro Cuba.
I medici e il popolo italiano non dimenticano il 22 marzo del 2020 quando 53 medici cubani della Brigata Internazionale Henry Reeve arrivarono in Lombardia, in quel momento epicentro mondiale della pandemia di Covid-19, per aiutare i colleghi italiani.

Noi saremo sempre grati al governo e al popolo cubano per quanto fatto disinteressatamente per aiutarci, e ci batteremo sempre per la fine di questo iniquo embargo da parte degli Stati Uniti e dei governi loro servi.
Evviva Cuba, evviva il popolo cubano!

Claudio Molteni
Segretario Regionale Lombardia
Partito Comunista Italiano

http://www.comunistilombardia.it

Tra Letta e Salvini, ci perdiamo i vaccini.

Luca Rodilosso – direttore ilcomunista.it –

Segretario sezione Pci Milano Centro Metropoli S. Lebedev

Enrico Letta potrà pure ben dire che Salvini parla sempre troppo e si occupa di tutto e male, ma si ricordi che l’ignavia del mondo liberal occidentale sulla mancata accettazione dei vaccini russi e cinesi, ancora oggi, è un’arma nelle mani della destra che ha buon gioco, tra tante baggianate, nel dire qualcosa di corretto, ovvero: negare l’accesso a vaccini prodotti in Russia e in Cina per mere ragioni geopolitiche – passatemi il termine – è uno SCHIFO. Soprattutto messi come siamo con le riduzioni delle forniture dalle “fidate” aziende d’oltreoceano.

Ed è per questo che le dichiarazioni del segretario PD milanese Bussolati, con tutto il rispetto, mi appaiono quantomeno penose.

Perché, sicuramente dovuto alla malagestione delle regioni a trazione leghista riguardo alle scorte dei vaccini che sono presenti, ma anche dettato dall’ottusità neocolonialista di questo europeismo atlantico da operetta che non accetta il declino dell’unipolarismo, di questo schifo la politica italiana e l’Unione Europea ne dovranno rispondere, ai cittadini italiani. E in generale ai cittadini di ogni stato europeo complice di queste scelte, queste sì conflittuali e irresponsabili.

Ci vuole l’accesso a TUTTI i vaccini, per la salute di tutti, compresi quello russo, cinese e cubano.

Giornata internazionale della donna

La Giornata Internazionale della #Donna, istituita per ricordare le #conquiste economiche, sociali e politiche di queste, non può tacere al contempo tutte le #violenze e le #discriminazioni subite e di cui è ancora vittima il genere femminile nel mondo. E’ dunque UNA GIORNATA DI LOTTA AGITA IN 70 PAESI, ANCHE SE IL CAPITALISMO E IL PATRIARCATO HANNO TENTATO DI TRASFORMARLA IN UNA PURA E SEMPLICE RICORRENZA FESTAIOLA”.

Necessarie dunque delle puntualizzazioni? Noi crediamo di sì. “Cento e più anni sono passati dalla sua prima indizione e le comuniste continuano a dire la loro……”

Lo facciamo con un confronto sulla condizione delle donne, sulla #lotte per i loro #diritti, per l’emancipazione, le conquiste civili, la #libertà e l’uguaglianza, certi che il #contributo dato nei decenni dalle compagne possa ancora rivelarsi un fondamentale pilastro dal quale ripartire: non solo per riconquistare quanto si è perso negli ultimi trent’anni, ma per rinnovare l’impegno dinnanzi ai tanti obiettivi ancora da raggiungere, in sostanza la liberazione delle donne dal patriarcato e dal capitalismo!

Ne parliamo lunedì 8 marzo alle ore 18 con Maria Carla Baroni (Responsabile nazionale Politiche di genere del #PCI), Ada Donno (Segreteria regionale #Puglia), Liliana Frascati (Segreteria regionale #Veneto). Coordina Laura Bottai (Segreteria regionale #Toscana), Martina Bernardi  (segreteria regionale Emilia Romagna).
Vi aspettiamo sulla nostra pagina nazionale!

Il mondo caotico senza più utopie nel nostro centenario

Luca Rodilosso – direttore ilcomunista.it – Resp. comunicazione PCI Lombardia

fonte: https://ilcomunistaonline.wordpress.com/2021/01/30/il-mondo-caotico-senza-piu-utopie-nel-nostro-centenario/


Gli auguri per il centenario del PCI a tutti i compagni si fanno come fosse una tradizione, per affermare la coerenza di una Storia rispetto a chi la ricorda in nome dei revisionismi e degli opportunismi.
Detto questo, siccome il cambiamento, il miglioramento, il mettere e mettersi in discussione è parte dell’intelligenza umana, è anche giusto rendere onore a una Storia per quello che è stata e che, comunque e in ogni caso, da oggi in poi sarà comunque diversa, anche se animata dagli stessi ideali di giustizia e uguaglianza. L’ottusità, la liturgia fine a se stessa, non servono al comunismo del nuovo millennio, perché oggi siamo immersi, oltre che nella nuova rivoluzione tecnologica e tecnica, nell’assenza dell’utopia e nella fuga – per certi versi anche umana e legittima – da un sacrificio individuale che non è più vissuto in nome di una collettività o classe non più percepita come tale.


Dovremo muoverci su un terreno molto meno solido, oserei dire sabbioso, non statico in ogni caso, e lo dovremo fare nonostante tutto, con intelligenza, e con un paziente lavoro di ricostruzione che però consideri la molteplicità della persona, e affini l’analisi non solamente più economica e sociologica, ma anche psicologica dell’essere umano.


Altri ex compagni di viaggio – ormai separati da molto tempo – hanno invece scelto la strada di abbracciare appieno questa imperante individualità capitalistica, mantenendo l’eredità strutturale e organizzativa che è il tesoro politico di un nobile passato.
A tal proposito, pare infatti che Zingaretti abbi detto di non aver mai letto Marx Lenin e Togliatti nell’allora Fgci degli anni ’80: è ovvio che è pura menzogna nonché una ignobile frase ipocrita e di comodo, perché svendendo la propria Storia si pensa di accreditarsi presso il potere profondo euroatlantico, cosa che nel PD non hanno ancora capito dopo 30 anni, che non accadrà mai, perché faranno sempre i paggi, mai i regnanti.
Detto ciò, noi neomarxisti riusciamo benissimo a capire che quella di Zingaretti, così come le altre conversioni “sulle vie di Damasco” (molto affollate ultimamente) sono affermazioni strumentali e ipocrite anche per un altro elemento: la propaganda, l’organizzazione e la strategia del PD zingarettiano ha ancora quell’impronta leninista, purtroppo solo nella struttura, mentre i contenuti sono divenuti profondamente anticomunisti e nemmeno socialdemocratici, per certi versi.


Guardando al mondo che ci circonda, ormai dobbiamo comprendere come questo mondo dei principi non se ne fa più nulla: ad esempio Twitter e Facebook bannano Trump dopo i fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 (e al soggetto in questione gli sta bene) ma sono gli stessi che hanno favorito con certe modalità algoritmiche certe mostruosità e decadenze del dibattito pubblico nella rete web, in Europa e in Usa.
Per non parlare della censura operata dallo stesso Trump verso la Cina sui casi Huawei e Tik Tok (la figlia del presidente Huawei, Meng Wanzhou, forse la liberano tra poco dopo due anni di detenzione in Canada). Le empatie e simpatie non bastano più a comprendere e compiere scelte nel mondo di oggi, a fianco di esse bisogna essere in grado di valutare la prospettiva di sviluppo per uno Stato, e il minore danno possibile in conflittualità interna ed esterna.
Il che vuol dire non che sono finiti gli ideali, ma è finito il modo di concepirli e di applicarli così come conosciuto nel novecento. Peraltro proprio i cinesi sono tra i primi ad averlo capito.


Quindi, cari compagni e compagne, per celebrare al meglio un centenario, occorre capire perché e come bisogna essere ancora comunisti, dopo tutto questo tempo. Non rinnegare, come hanno fatto in molti, rivendicare certo quella che fu una scelta non di divisione, ma di resistenza di fronte a un fascismo ormai dilagante nella società e dinazi a un riformismo socialmoderato inerte e immobile, ma nemmeno gingillarsi nell’evocazione di un mondo che oggi, nel bene e nel male, non esiste più.

Intervista a “Santorosso” su Ragioni e Conflitti – periodico del PCI

INTERVISTA A SANTOROSSO: MUSICA E POLITICA

Intervista a cura di Fabio Ferraris – Segreteria nazionale FGCI

su “REC – Ragioni e Conflitti”, periodico del Partito Comunista Italiano – rubrica #LANUOVAGENERAZIONE a cura della FGCI

Luca Rodilosso, in arte Santorosso, nato e cresciuto a Milano.
Cantautore, militante del Pci, e (non per ultimo) fondatore della community “Ritmi Italia”, dove musicisti emergenti possono farsi conoscere e fare rete.

  1. Ciao Luca! Grazie di averci concesso questa intervista!
    Raccontaci un po’ di te e degli inizi: qual è la storia del tuo nome d’arte?
    Quando hai cominciato ad avvicinarti alla musica e alla militanza?

Anzitutto ci tengo a precisare che musica e militanza sociale quando ti coesistono dentro nascono sempre assieme, fin dall’adolescenza, e sono entrambe passioni impegnative e “gelose” l’una dell’altra, perché richiedono molto tempo e impegno. Sempre ammesso che si riesca a seguirle adeguatamente quando poi si svolge un’altra attività lavorativa e se si ha la fortuna di mettere su famiglia – come nel mio caso.

Non sono un giovanissimo: classe 1985, la mia prima formazione politica si avviò nel periodo del berlusconismo, del centrosinistra di Prodi e del primo Partito dei Comunisti Italiani. Così per la musica: nella Milano dei primi anni 2000 erano all’avanguardia personaggi e gruppi di cui alcuni oggi inseriti nello star system come gli Afterhours, Elio e le Storie Tese, i Marlene Kuntz, Marta sui Tubi, per non parlare di tutto il panorama punk italiano, dai Punkreas alle Porno Riviste. Nel mercato internazionale imperavano The Offsprings, Millencolin, LinkinPark, Green Day. Sempre nella Milano da me vissuta in quegli anni, i locali musicali, oggi tutti chiusi, erano delle istituzioni nel pieno fiorire del primo circuito alternativo post millennio, da “Le Scimmie” al “Propaganda”, al “Rainbow”, quelle serate erano sempre occasione di incontro, di scoperta, di crescita.

Nella sostanza, proprio per l’impegno e la “gelosia” che queste due passioni (musica e politica) hanno l’una verso l’altra, il “primo turno” è andato alla politica e alla militanza, per svariati anni, passando dal liceo e accompagnandomi per tutta l’Università: sono stati anni formanti e importanti per tutto quello che è venuto poi dopo, e che ancora oggi hanno lasciato un segno, compresa questa intervista al vostro – e nostro, mi permetto di dire – bellissimo periodico comunista.

Il “secondo turno” se lo è preso, giustamente, la musica: meglio dire che la musica non ha mai smesso di accompagnarmi – fin da bambino ascoltavo tutti i cantautori italiani dai cd che i miei mettevano nello stereo, fino a imparare la chitarra già dalle medie – ma è come se la militanza politica avesse chiesto una parentesi alla musica nella mia vita. Negli anni dal 2010 al 2012 Milano, dopo anni di torpore culturale, rivisse una nuova primavera e le persone, sulla scorta di quello che accadeva quotidianamente in altre città europee come Barcellona, iniziarono a riprendersi letteralmente “la piazza”, con l’organizzazione di “Botellòn” (nome e movimento non a caso spagnolo, nato poco prima del 2000) comprando da bere da asporto, sedendosi sulle panche o per terra, portando strumenti come chitarre, violini e persino trombe, fisarmoniche e sassofoni in piazza: questo accadde in quegli anni soprattutto nella zona Navigli e Colonne di San Lorenzo, anni nei quali ricominciai a riprendere in mano, appunto, la musica. La “moda” passò ad altre città italiane, Roma e Napoli ad esempio, sempre in quel periodo.

Fondammo un primo gruppo musicale, che faceva le prove proprio nella vecchia sede dei Comunisti Italiani di Milano, dietro alle Colonne di San Lorenzo, in centro città (era dentro un ex convento e non si disturbava nessuno) e ci chiamammo “De Amicis 17” in onore all’indirizzo del civico della sede. Facevamo una via di mezzo tra folk e reading poetico, ma cantato.

Il nome “Santorosso” sarebbe poi nato successivamente, intorno a una mia idea nel 2015, che trasse ispirazione dal soprannome “Santo” che alcuni amici mi avevano “affibiato” per via di una loro considerazione verso il sottoscritto come di un “portafortuna”, e “rosso”, che credo tra compagni non necessiti di spiegazioni. All’attivo tengo un album edito nel 2017, “Siam solo uomini”, e tre singoli, uno dei quali è stato preparato come “inno” per il congresso del Pci del 2018 a Orvieto, “Per il comunismo”. Gli ultimi due singoli sono stati “Metodo – Ma va a ciapàa i ràtt” (2019), un rock con un inserto leggermente rappato in milanese, e “Canto dei Fantasmi” (uscito il 4 agosto 2020).

  1. La tua musica è un mix di cantautorato old-style politicamente impegnato e una ventata di freschezza nel marasma delle composizioni: a chi ti ispiri?
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Ti ringrazio per la corretta definizione del mio genere – anche se non mi faccio mancare una vena spiritualista e intimista – infatti parlare di singoli soggetti e autori dai quali traggo ispirazione risulterebbe riduttivo, anche se per dovere di cronaca qualche indicazione la fornisco.

Sicuramente il mio cantautorato “vecchio stile” di riferimento affonda nelle radici della milanesità anni ottanta, da Alberto Fortis (Duomo di Notte, Settembre) a Alberto Camerini (Rock’n roll Robot, Serenella), passando per i più antichi Jannacci, Gaber, fino ad arrivare alla sarcasticità parossistica degli Squallor e poi di Elio e le Storie Tese. Tutto questo rivisto alla luce di una sonorità rock ereditata dal circuito musicale alternativo dei primi anni 2000, come già prima descritto.

  1. Cosa ne pensi della wave degli ultimi anni nella musica? Credi che i generi mainstream possano prestarsi a diventare portavoce di un messaggio politico ben preciso e schierato? Quali sono i consigli che ti senti di dare ai giovanissimi autori emergenti?

Questi anni, è inutile nascondercelo, viviamo l’”epoca del disimpegno”, e per quanto si possa essere o sentirsi portatori di messaggi e di valori, occorre capirne veramente e sinceramente il perché. Sicuramente il parlarsi e piangersi addosso, tipico di molti ambienti della sinistra in Italia, non ha giovato, e questo ha avuto dei risvolti anche sul piano culturale, ma questo non cancella le esigenze e le aspirazioni di giustizia degli esseri umani.

I generi mainstream, per loro definizione, prendono quello che c’è di “commestibile” per una massa e lo rendono in un sistema “a ripetizione” basandosi sulle logiche economiche del mercato. Quindi essi non sono motore di sviluppo “di per sé”, ma è indubbio che, dato il prorompere di una nuova ondata di musica emergente indipendente sviluppatasi in questi anni, anche la qualità del mainstream stesso per reggere il passo ha visto un notevole miglioramento tecnico-musicale e anche di testo, oltre che una abbondante commistione con la sonorità elettronica.

I giovanissimi all’apparenza appaiono disinteressati a un certo tipo di musicalità, ma non è proprio così: parlando di “nuova onda” ci sono molti artisti interessanti oggi (Rancore, Psicologi, Young Kali, Margherita Vicario, Coma Cose, Fast Animal and Slow Kids, Eugenio in Via di Gioia, Pinguini Tattici Nucleari per citarne solo alcuni) appartenenti alle scene di diverse città italiane, che stanno affrontando temi a carattere intimistico, certamente, ma con una modalità che non si può certo definire conformista e che comunque mantiene degli appigli a certe considerazioni generali sulla società in cui viviamo. Pertanto, se consigli ne devo dare, ai giovani emergenti che oggi si affacciano e cercano di avviare una buona produzione musicale, oltre a dire di essere se stessi, di non farsi intimorire dagli ostacoli sul loro percorso e di non scoraggiarsi, non potrei fare altro che aggiungere: “continuate così”.

I percorsi di dialogo tra arte e politica non vanno forzati, come nei rapporti sociali, ci deve essere l’incontro dettato dalle condizioni storiche. Se no si parla, legittimamente, di propaganda, che però è una cosa diversa.

  1. Com’è stata l’esperienza Sanremo Rock?

Come per tutti i contest live, di per sé è stata un’esperienza interessante che mi ha portato a conoscere altri gruppi e artisti, ma soprattutto è stato un passaggio importante che mi ha permesso di lavorare con tre validi musicisti professionisti: Lorenzo, Giovanni e Pietro, tutti con un decennio in meno di me ma con già importanti collaborazioni musicali (per qualcuno anche di rilievo nazionale), peraltro permettendomi di attivare un crowdfunding per il sostegno delle nostre spese per la partecipazione al contest.

  1. Parlaci di Ritmi Italia, il tuo progetto di condivisione e di supporto di giovani talenti!

Senza avere pretesa alcuna di risolvere una questione che ogni artista, alla fine, deve risolvere basandosi sul suo impegno e talento, ho visto che la musica è diventata più “democratica” – con la possibilità di autopubblicarsi sugli store digitali come Spotify e Youtube – ma solo in apparenza, perché poi è come se il tuo singolo o album fosse magari messo sì in uno scaffale di un negozio musicale importante (per fare un paragone con la distribuzione fisica, oggi ridimensionata dal web), ma in una pila nascosta, in alto, che non vede nessuno.

Ecco che quindi, al momento ragionando su una playlist Spotify comune e su un sito web per le presentazioni dei gruppi, degli artisti e dei lavori in uscita, ho pensato che fosse fondamentale l’autopromozione reciproca: ascoltarsi, condividersi sui social, cercare di incrementare i numeri diffondendo reciprocamente i vari brani, sono ottime prassi per i musicisti indipendenti che un sito web e una playlist ben organizzata possono “amplificare”, come se fosse una forma dilatata nel tempo e nello spazio telematico di una raccolta di un festival musicale, con un proprio nome e un proprio logo. A fianco di questa comunità, che è in crescita e vede adesioni online da tutta Italia, io e alcuni nuovi collaboratori che mi daranno una mano conosciuti tra questi artisti, stiamo lavorando all’apertura anche di una webzine più specifica per interviste e approfondimenti, che chiameremo “Italia Sonora”. Questi strumenti si propongono di porre un minimo di argine al mercato drogato delle playlist a pagamento e delle promozioni digitali, dove solo le major possono investire cifre tali da condizionare gli algoritmi dei social, e la consideriamo una piccola forma di difesa della democraticità della musica.

  1. Come procede la tua avventura musicale in questo periodo di emergenza sanitaria? Hai re-inventato il tuo modo di esibirti?

Sicuramente c’è stata una interruzione considerevole, se penso che tra fine 2019 e inizio 2020 avevo già concretizzato tre partecipazioni a concerti live di due contest e avevamo strutturato il gruppo di musicisti che mi supportava in questi live, con la possibilità con la bella stagione di partecipazione a varie feste locali.

Mi sono quindi concentrato sulla promozione digitale e social, sul lavoro di contatto con alcune emittenti radio, sia fm che online ma prevalentemente locali anche se diffuse sul territorio nazionale, e su alcuni video di live streaming che sicuramente nei prossimi mesi riprenderò a pubblicare; certamente tutto questo non può sostituire la bellezza, il calore umano e l’emozione empatica di un concerto live. Quindi è chiaro che, prima o poi, bisognerà trovare nuove modalità anche tecniche e in sicurezza per permettere qualche esibizione in pubblico, ed è un discorso che vale per l’intero settore, che sicuramente è sempre stato poco considerato se non come un’espressione di convivialità: cosa alquanto errata, perché la musica, come tutte le arti, è linguaggio, e quindi cultura che forma società e cittadinanza.

  1. Come riesci ad integrare lavoro, famiglia, musica e politica?

Una bella domanda, che non ha un’unica risposta: ovviamente l’essenziale rimane quello che è la base del nostro vivere e quello che è necessario al suo sviluppo, pertanto, finché – permettendomi una battuta – non si riuscirà a fare della musica e della sua promozione un lavoro a sé – è chiaro che la priorità rimane la propria sfera privata. Sicuramente la gestione digitale delle promozioni a più livelli – occupandomi di comunicazione per il regionale lombardo del Partito – aiuta moltissimo a sincretizzare queste varie passioni ed impegni, al momento. La comunicazione – anche digitale, basti vedere la nascita dei movimenti politici come i 5 Stelle o la “Bestia” salviniana – riveste e rivestirà un ruolo sempre più fondamentale anche nell’organizzazione politica. Poi si vedrà.

  1. Come sta andando Canto dei Fantasmi?

Più che ottimamente, direi: non solo migliaia di ascolti su Spotify, ma una forte presenza in alcune radio locali che hanno accolto il mio brano e che ringrazio sentitamente di cuore, stanno rendendo questa mia “avventura” ancora più stimolante e sicuramente sarà necessario, prima o poi, replicarla dal vivo.

  1. Progetti per il futuro?

Direi che ce ne sono fin troppi, come già abbondantemente vi ho raccontato. Mi permetto solo di dilungarmi per ringraziare voi compagni e la redazione di REC e della rubrica “La Nuova Generazione”, che state facendo un lavoro fondamentale sulla comunicazione e sul rilancio dell’attività politica in questo versante, e che avete messo a disposizione un veicolo fondamentale per la trasmissione di informazioni e culturale, senza il quale queste ultime rimangono lettere morte, in cima a uno scaffale, come qualche cd o disco che meriterebbe un ascolto in più.

Cosa ha sbagliato Fontana?

di Gianfranco Bignamini

Speravamo di aver visto tutto:

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  • l’acquisto saltato di 4 milioni di mascherine dopo essersi rivolti a una ditta che non le produceva;
  • la delibera XI / 2906 con cui si stipavano persone positive al Covid nelle case di riposo per anziani;
  • l’Ospedale “Fiera” Milano progettato con 600 posti e realizzato con 53;
  • l’acquisto di spazi pubblicitari sui giornali per esaltare il modello sanitario regionale, nel momento in cui la sola Lombardia deteneva il 9,5% delle vittime mondiali e il 52% di quelle nazionali (“28.224 vite salvate. Sanità privata insieme alla sanità pubblica”);
  • l’ex assessore Giulio Gallera che, dopo mesi e mesi di pandemia, era convinto che con un indice Rt pari a 0,5 ci volessero “due persone infette nello stesso momento per contagiarne una”;
  • l’ex assessore Giulio Gallera che, con una serie di scatti su Instagram, senza rendersene conto, rendeva noto di aver violato due regole del Dpcm (divieto di uscire dal Comune per fare sport e divieto di fare sport in gruppo);
  • una fornitura di camici affidata, senza alcuna gara, al cognato del Presidente Fontana;
  • la Regione Lombardia che riteneva inutili i test sierologici ma che, in caso di risultato positivo degli stessi, chiedeva ai cittadini di pagarsi da soli i tamponi;
  • i tamponi all’aeroporto di Malpensa avviati il 20 agosto, a estate ormai conclusa;
  • il tweet con cui la Regione Lombardia comunicava che per i turisti “è necessario effettuare il tampone solo se si fermano almeno per 4 giorni in Lombardia”;
  • l’assenza, a dicembre inoltrato, dei vaccini antinfluenzali persino per i pazienti a rischio (over 65 con patologie pregresse);
  • l’ex assessore Giulio Gallera che, nel commentare il terzultimo posto della Lombardia nella somministrazione delle dosi di vaccino anti-Covid, dichiarava che “è agghiacciante che alcune Regioni abbiano fatto la corsa al vaccino per dimostrare di essere più brave di chissà chi”.
  • la nuova assessora Letizia Moratti che, per non far rimpiangere le gaffes del suo predecessore Gallera, propone di consegnare i vaccini anti-Covid tenendo conto del Pil dei territori.

Speravamo, appunto, di aver visto tutto. E invece, ciliegina sulla torta, adesso si scopre che la Regione Lombardia ha costretto alla zona rossa 10 milioni di persone per aver sommato, per errore, il numero dei guariti al numero dei positivi.

In un Paese vagamente normale, Attilio Fontana sarebbe stato estromesso da qualsivoglia carica pubblica.

COSA HA SBAGLIATO FONTANA?

“Nel report dell’istituto Superiore di Sanità si legge che il 20 gennaio, la Lombardia, nel consueto aggiornamento epidemiologico, oltre ai numeri della settimana trascorsa, ha inserito anche “una rettifica dei dati relativi anche alla settimana 4-10 gennaio 2020”, inviati il 13 gennaio.

A cambiare è “il numero di casi in cui viene riportata una data inizio sintomi e, tra quelli con una data di inizio sintomi, quelli per cui viene data una indicazione di stato clinico laddove assente”.
I primi diminuiscono da 419.362 a 414.487; i secondi passano da 185.292 a 167.638. Infine i casi “con una data inizio sintomi e in cui sia dichiarato uno stato asintomatico o vi sia notifica di guarigione/decesso senza indicazione di stato sintomatico precedente” crescono da 234.070 a 246.849.
Cambiamenti che, dice l’Iss, “riducono in modo significativo il numero di casi che hanno i criteri per essere confermati come sintomatici e pertanto inclusi nel calcolo dell’Rt”. La Regione Lombardia, quindi, ha prima comunicato numeri e indici propri da zona rossa (con un Rt risultante a 1.38), poi avrebbe cercato di correre ai ripari.

Giovedì era stata la Lombardia a dichiarare di aver inviato una serie di “dati aggiuntivi” per “ampliare i dati standard trasmessi nella settimana precedente”. Sosteneva inoltre che, in base all’ultimo monitoraggio, l’Rt medio fosse 0.82. Da zona arancione. E tutto ciò accadeva mentre Attilio Fontana faceva proprio del fattore Rt il fulcro del suo ricorso al Tar contro la zona rossa. Una guerra che lunedì vivrà il momento cruciale, quando il giudice confronterà i dati del secondo e terzo monitoraggio. Quando cioè gli errori risulteranno lampanti.”

Hanno sbagliato ad attribuire un “inizio sintomi” a molti asintomatici?
Siamo sconcertati.
Non si può parlare di “ennesima gaffe” e limitarsi ad un “chieda scusa”.
Le scuse stanno a zero.
È evidente che “imbiancare la facciata” non è servito a niente.
Qui si tratta di risarcire i lombardi ed andare di corsa a casa perché è un errore GRAVISSIMO ed imperdonabile e, come se non bastasse, un atteggiamento insopportabile.
Fontana è il vero schiaffo ai lombardi.

PCI – le lezioni di una Storia

fonte:

https://www.lacittafutura.it/archivio/pci-le-lezioni-di-una-storia?fbclid=IwAR0fn0lKId9K9hvQDIO5oAyrgQu1MAXA7s5xvau1O43m-2n-8CIPW6RiPfk

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di Adriana Bernardeschi e Ascanio Bernardeschi  – 15/01/2021

Come premessa a questo contributo in occasione del centenario della fondazione del Partito Comunista Italiano, c’è un aneddoto personale che ci fa piacere condividere e che ci pare sia significativo per comprendere, pur nella complessità di quell’esperienza e nelle sue contraddizioni, la sua grandezza. Durante l’ultimo congresso, quello di scioglimento del partito, nostra madre/nonna, in un momento di attesa durante lo svolgimento dei lavori e delle votazioni nella sezione locale della nostra piccola città, in piedi, irrequieta, l’aria tetra e mesta, disse queste parole: “Stiamo facendo la veglia al morto”.

Non dimenticheremo mai quell’immagine e quelle parole, ricche di significato nella loro tragica semplicità. Perché quella semplice frase restituisce la misura di cosa abbia rappresentato quel partito per la generazione dei partigiani, di chi spendendo la propria gioventù per sconfiggere il fascismo, con indicibili sacrifici, ha considerato l’attività politica per la liberazione dell’uomo, per il comunismo, come qualcosa di inscindibile dal proprio scopo di vita.

Quel partito per loro era una famiglia. I compagni e le compagne di partito un’umanità di cui fidarsi per lo scopo – e il tipo di morale che guidava la loro vita – che li accomunava. Era la possibilità di agire concretamente dal basso in vista di un orizzonte altissimo, di un mondo nuovo da costruire per gli uomini e le donne di domani. Era in definitiva il senso del proprio operare. La militanza politica in quel partito e le speranze che questa alimentava erano per gli uomini e le donne di quella generazione di comunisti assolutamente sovrapposti al senso stesso della propria esistenza.

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Il PCI al fianco dei lavoratori della VossFluid di Osnago (Lecco)


Il PCI al fianco dei lavoratori della VossFluid di Osnago (Lecco)

No ai licenziamenti!Più stato meno mercato.

di: Dip. Lavoro PCI LOMBARDIA

da L’unità dei Lavoratori lunitadeilavoratorionline.wordpress.com

Il 4 Dicembre scorso la multinazionale tedesca Voss ha comunicato alle Organizzazioni Sindacali e alle RSU l’intenzione di chiudere la produzione e conseguentemente licenziare i 70 lavoratori della fabbricaVossFluid di Osnago (Lecco).

Lo denunciano le organizzazioni sindacali Fiom e Fim che hanno anche avviato una raccolta firme su change.org per sensibilizzare l’opinione pubblica.

“L’azienda nasce nel 1954 col nome  LARGA (Lavorazione Artigianale Raccorderia Giuseppe Arlati), fondata da Giuseppe Arlati. Per anni ha prodotto raccordi oleo dinamici. Successivamente titolare diventa Cazzaniga, ma è nel 2016 che la ditta viene acquisita dalla multinazionale tedesca VOSS. L’acquisizione da parte di una multinazionale ha creato inizialmente delle preoccupazioni tra le lavoratrici e tra i lavoratori; preoccupazioni poi fugate dalla consapevolezza di aver superato la dura crisi del 2009 e di poter quindi resistere a eventuali altre turbolenze. Negli ultimi anni si è lavorato anche la notte, a volte i sabati e le domeniche, giornate in cui non si aveva mai lavorato prima. Dalla acquisizione non ci sono mai stati problemi salvo l’utilizzo di un po’ di cassa integrazione nel 2019. Purtroppo, però, Voss non ha mai fatto investimenti utili a rafforzare competitività e presenza sul mercato”.

Il tutto all’interno di una logica di ormai comprovata inaffidabilità delle multinazionali:spremere e sfruttare con un minimo investimento, per poi licenziare con un annuncio inaspettato da parte dei manager senza prospettive o ambiti di trattativa. Le produzioni verrebbero trasferite non si sa bene dove, si parla di Germania e Polonia.

Fermiamo questo scempio che imperversa sul nostro territorio.

Il Partito Comunista Italiano denuncia il continuo attacco al mondo del lavoro, che sta seminando disoccupazione e condizioni di vita insostenibili.

La situazione di crisi determinata dal covid19 non diventi la scusa per intervenire pesantemente sui lavoratori scaricando su di loro il prezzo maggiore in termini economici, di occupazione e perdita di diritti.

Per questo il Partito Comunista Italiano è al fianco dei 70 lavoratori della VossFluid di Osnago di Lecco e ne condivide le preoccupazioni.Sosterremo tutte quelle iniziative atte a sensibilizzare i cittadini a sostegno del rispetto dei diritti dei lavoratori e tutte le mobilitazioni che si metteranno in campo per arrivare ad una soluzione che tuteli l’occupazione.

Più Stato meno mercato!

La crisi la paghino i padroni!

Dip. Lavoro PCI LOMBARDIA