NESSUNO SI SALVA DA SOLO! Incontro pubblico con gli operai autorganizzati FCA

Nessuno si salva da solo!

Per fare fronte alla crisi è necessario che la classe lavoratrice riconquisti il ruolo di costruttrice del progresso di tutta la società. È stato fatto in passato, è possibile rifarlo ora!
Gli operai possono e devono organizzarsi FUORI E DENTRO i luoghi di lavoro, mobilitandosi direttamente per garantire un futuro al loro posto di lavoro e alle loro fabbriche e costruendo una rete di relazioni SINDACALI E POLITICHE, di solidarietà e organizzazione che sempre più si allarghi in tutto il paese. La parola d’ordine è trasformare la questione del lavoro e della tutela dell’apparato produttivo in una questione politica prioritaria e urgente!

UN ESEMPIO ci viene dai lavoratori del principale concentramento operaio diffuso su tutto il suolo nazionale, con una grandissima tradizione di lotta e organizzazione: gli operai del gruppo ex FIAT.

Incontro pubblico con il Movimento Operai Autorganizzati FCA (MOAF).

Saranno presenti:
Teresa Elefante (Confederazione COBAS – FCA Mirafiori, Torino)
Piero Azzoli (FIOM – FCA Cassino)

Ci spiegheranno quali sono gli obiettivi di questo coordinamento, come lotta contro il processo di “morte lenta” dell’FCA e come sta lavorando per legarsi anche ad altri lavoratori, a partire da quelli CNHI.

Nessuno si salva da solo! Non sono i padroni a essere forti, è la classe operaia che deve TORNARE a far valere la sua forza!

Al termine del dibattito si svolgerà un aperitivo a sottoscrizione.

Sabato 13 aprile; h 16:00, presso la sede provinciale del PCI, via Cesare Arici 15 – Brescia

Advertisements

I COMUNISTI, L’EUROPA E L’UNITA’ – INIZIATIVA A MANTOVA

volantinoMN.jpgIniziativa del Partito Comunista Italiano sulla partecipazione alle prossime elezioni europee.
Sabato 13 Aprile ore 15
Circolo Arci Salardi, via Vittorio da Feltre 79/81 – Mantova

Interverranno:
Lamberto Lombardi e Sandra Pellizzon candidati PCI alle elezioni europee circoscrizione Nord Ovest

Per info:
informazione@comunistibrescia.org

LUIGI LONGO E LE BRIGATE INTERNAZIONALI _ 15 Marzo a Brescia

All’interno delle iniziative di Carmine Resistente (https://carmineresistente.noblogs.org/) la federazione bresciana del Partito Comunista Italiano organizza un incontro con Alex Hobel (storico, membro della segreteria nazionale PCI, autore dei libri Il Pci di Luigi Longo e Luigi Longo, una vita partigiana) e Alessandro Pascale (docente e ricercatore storico milanese, militante comunista, autore di In difesa del socialismo reale e del marxismo-leninismo) sulla figura del dirigente comunista Luigi Longo e il suo ruolo nelle Brigate Internazionali durante la Guerra di Spagna.

15 MARZO , 20.30, SALA MUSEO KEN DAMY – C.TTO S. AGATA 22 – BRESCIA

Il profitto uccide!

10 gennaio 2019

Vi sembra una cosa normale?

C’è una notizia di ieri, 9 gennaio 2019, che dovrebbe avere maggiore risalto. È una notizia come tante di un incidente stradale. Come ce ne sono tanti. Un’automobile è uscita di strada e il conducente è morto. Stava tornando a casa dal lavoro.

Si penserà “è una tragedia, certo, ma doveva prestare più attenzione, sono cose che succedono” e si passa ad altra notizia. Quella è una notizia come tante altre. Ma si provi a leggerla con un minimo di attenzione e, magari, si tenti di ragionare su quello che si nasconde dietro a questa notizia apparentemente uguale a tante altre che raccontano di una morte per incidente lungo una strada.

Ragioniamo. Perché non è una cosa normale che Carlo Di Sarno di 47 anni, il lavoratore deceduto nell’impatto della sua automobile contro un albero, stava tornando a casa dopo aver lavorato 12 ore. Sì, non è un errore, 12 ore di seguito nello stabilimento Arcelor Mittal (ex Ilva) di Taranto. Quella stessa acciaieria nella quale è “abitudine” fare straordinari (evidentemente tanti) e si sono lasciati a casa più di 1500 lavoratori considerati “esuberi”, inutili.

Domandiamoci quale logica ci sia in tutto questo.

Si dirà che è “così va il mondo”, che bisogna contenere i costi e che lo straordinario conviene perché costa meno che assumere altri lavoratori. Si obietterà che Carlo Di Sarno lavorava per un ditta subbalpaltatrice, che, quindi, la Arcelor Mittal (ex Ilva) c’entra poco. Oppure che, magari, lavorava così a lungo per guadagnare qualcosa in più, per “arrotondare”. Questo è il “sentire comune” in una società sempre più indifferente e individualista.

Ma proprio questo è il punto.

Le condizioni di isolamento e frammentazione che vivono i lavoratori e i bassi salari fanno si che si accetti qualsiasi cosa: orari e turni spaventosi, poca sicurezza, cancellazione di diritti (anche di quelli più elementari). Perché lavorare 12 ore, quale che sia l’attività e in particolare quando questa è faticosa di per sé, comporta necessariamente mancanza di attenzione, maggiore stanchezza, alienazione. E un colpo di sonno è sempre in agguato.

Proviamo a ragionare.

Non sarebbe meglio non avere bisogno di lavorare di più per avere un salario decente? E non sarebbe meglio che tutti potessero lavorare meno ore? Certo, lavorare meno a parità di salario e lavorare tutti significherebbe minore profitto per “lorpadroni”. E allora? Non si otterrebbe forse, una società più giusta e umana?

Giorgio Langella
Segretario regionale Veneto del PCI

Ospitaletto (BS) – Operaio muore colpito da una ruspa.

E’ morto oggi a Ospitaletto (BS) Larbi El Harrak , operaio marocchino, colpito da una ruspa in movimento, mentre era impegnato con altri colleghi. Per l’uomo non c’è stato nulla da fare: quando sono intervenuti i soccorsi era già deceduto.ambulanza.JPG

E’ l’undicesima vittima del lavoro nella nostra provincia, la settantesima della Lombardia mentre salgono a 693 le “morti bianche” in tutta Italia nel 2018, quasi il 10% in più rispetto all’anno scorso.

Ma per chi ci governa l’emergenza sono i questuanti e i poveri e la “sicurezza” si combatte mandando la polizia nelle scuole.

#socialismoobarbarie

IVECO BRESCIA – UNA PETIZIONE CONTRO LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE

E’ stata presentata alla stampa ieri, Giovedi’ 13 Dicembre ai cancelli dell’Iveco di Brescia, la petizione rivolta alle autorità cittadine, provinciali e regionali, alle forze politiche e alle associazioni industriali, per un confronto con i lavoratori e i cittadini sul futuro dello stabilimento di Brescia e, più in prospettiva, del futuro industriale della città.

L’appello, del quale si fanno promotori il Partito Comunista Italiano e la sezione bresciana del Partito dei C.A.R.C., nasce dai lavori di un intergruppo denominato “Futuro Iveco” che raccoglie, oltre ai militanti delle suddette organizzazioni, alcuni lavoratori del gruppo e di altre realtà industriali cittadine.

Lo stabilimento di via Volturno viene preso come simbolo di ciò che rimane di una città che aveva nell’industria il suo punto di forza e di ricchezza che è stato negli anni, e il processo è ancora in corso, smantellato nel nome di una terziarizzazione dell’economia che ha portato, e i dati sul livello medio dei salari lo dimostrano, ad un impoverimento generale delle famiglie e al lacerarsi del tessuto sociale cittadino e provinciale.

Rileviamo, con rammarico, che di tutte le testate giornalistiche e radiofoniche convocate si è presentato solo il Giornale di Brescia.

Di seguito il testo della petizione consultabile sul sito futuroiveco.wordpress.org  sul quale è possibile aderire alla raccolta firme.

QUALE E’ IL FUTURO DELL’IVECO DI BRESCIA?

Lettera aperta alla cittadinanza, alle istituzioni, ai sindacati e alle associazioni industriali.

CNH Industrial, il gruppo industriale italo-statunitense a cui appartiene l’IVECO, dopo aver quasi triplicato gli utili rispetto al 2017, ha annunciato in questi giorni un piano di investimento di circa 1,8 miliardi di euro in Italia nei prossimi tre anni, dei quali tre quarti verrebbero investiti in ricerca e sviluppo e il restante, 470 milioni circa, nel rilancio della produzione.

IVECO Brescia un tempo era quella che “dava da mangiare” ad altri stabilimenti del gruppo fornendo semilavorati, ma nel corso degli anni è stata “demansionata” al ruolo di assemblatore di pezzi prodotti altrove. Con la “toyotizzazione” del ciclo produttivo (ottimizzazione del lavoro con riduzione dei tempi morti e della forza lavoro impiegata) a partire dai primi anni 2000, con la “delocalizzazione” interna di interi reparti produttivi affidati a ditte esterne, con il trasferimento della produzione del Daily a Suzzara e la deportazione di oltre cinquecento dipendenti nello stabilimento mantovano, la fabbrica più importante di Brescia ha infine perso oltre la metà della forza lavoro.

Difficile non vedere in questo percorso la volontà di fiaccare l’orgoglio di un baluardo storico delle lotte operaie nella nostra città, di spezzare l’unità dei lavoratori e di ridimensionare il loro numero per poi spostare altrove la produzione. Così è stato fatto per altri stabilimenti grandi e piccoli in città e provincia, ultima la “Medtronic/Invatec” di Roncadelle acquistata pochi anni fa da una multinazionale americana e ora, dopo averne acquisito i brevetti, ne è stata annunciata la chiusura e il trasferimento in Messico ed Irlanda.

Che non ci si possa fidare delle promesse delle multinazionali l’abbiamo imparato a nostre spese!

Infatti tra pochi giorni i lavoratori delI’IVECO di Brescia verranno messi in Cassa Integrazione per oltre un mese, dal 14 Dicembre al 28 Gennaio e per il momento sembra non ci siano ordini né piano industriale per l’anno nuovo. La preoccupazione espressa dai vertici del sindacato alle ultime assemblee sembra confermare la volontà di progressivo “abbandono” da parte di CNH dello stabilimento bresciano. Anche nel riferire sul piano di investimenti da 2 miliardi di dollari i sindacati hanno parlato di “difficoltà oggettive” per gli stabilimenti di Brescia e Bolzano. La società, per ora, non commenta. Di certo c’è solo l’aumento della quotazione in borsa delle azioni del gruppo a seguito dell’annuncio e quindi ulteriori profitti per gli azionisti.

Brescia non può perdere anche questa realtà industriale, non può fare la fine di Torino, città deindustrializzata dove alla “movida” del centro storico fa da contraltare una periferia degradata e abbandonata.

Ne va non solo del lavoro dei circa 1700 lavoratori e delle loro famiglie e degli altrettanti lavoratori dell’indotto che rischierebbero di perdere il posto, ma del tessuto sociale stesso della nostra città e provincia, già ampiamente messo alla prova in questi anni di crisi e deindustrializzazione.

Chi svolge un ruolo istituzionale come rappresentante di una Repubblica fondata sul lavoro non può fingere di non vedere, non può lavarsene le mani!

Il Sindaco di Brescia e le istituzioni cittadine, provinciali e regionali devono occuparsene e utilizzare i loro poteri per assicurare un futuro ai lavoratori.

Gli eletti bresciani dell’attuale Parlamento, soprattutto quelli dei due partiti dell’attuale governo, che hanno vinto le elezioni proprio grazie al voto della classe operaia promettendo di lottare contro le delocalizzazioni e di difendere e aumentare i posti di lavoro, devono mantenere le loro promesse elettorali!

Li chiamiamo quindi, assieme ai sindacati e alle associazioni industriali del territorio, a dare la loro disponibilità ad incontrare i lavoratori dell’IVECO di Brescia e la cittadinanza, per discutere del futuro di questa fabbrica e del destino dell’industria bresciana in un Assemblea Pubblica da tenersi in tempi brevi.

Processo Pirelli – 28 morti, nessun colpevole

Pirelli Milano – 28 morti di mesotelioma da esposizione all’amianto, nessun colpevole e “il bastone tra le ruote” da parte della magistratura.

Processo Pirelli Milano: a due anni dall’assoluzione in Cassazione dei Manager non sono ancora state depositate le motivazioni della sentenza (per legge vanno depositate entro 90 giorni) impedendo di fatto la possibilità per le famiglie delle vittime di impugnare la sentenza.

«A due anni dalla sentenza del 19 dicembre 2016 con cui il Tribunale di Milano ha assolto nove ex manager Pirelli per 28 casi di operai morti o ammalati gravemente a causa dell’amianto, non risultano ancora depositate le motivazioni della sentenza del giudice Anna Maria Gatto». Lo scrivono il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro, Medicina democratica e l’Associazione italiana esposti amianto in un volantino distribuito a Palazzo di Giustizia e formalizzato in un documento indirizzato ai vertici del Tribunale. Quali gravi conseguenze porta la mancanza di deposito della motivazione? Fa correre la prescrizione e impedisce l’impugnazione. Gli ex dirigenti dell’azienda vennero assolti con formula piena nel processo cosiddetto “Pirelli bis”, centrato sulle accuse di omicidio colposo e lesioni gravissime per quasi 30 casi di operai morti o ammalati a causa dell’amianto, dopo aver lavorato negli stabilimenti milanesi dell’azienda tra gli anni ‘70 e ‘80. Le motivazioni sarebbero dovute arrivare dopo 90 giorni (i termini sono stati poi prorogati più volte).

Ora le tre associazioni hanno deciso di depositare «una segnalazione» al presidente del Tribunale di Milano Roberto Bichi e al presidente della quinta sezione penale Ambrogio Moccia (Anna Maria Gatto è ora presidente del Tribunale di Pavia), per denunciare «un grave nocumento per le parti civili rappresentate dall’avvocato Laura Mara». «Con il tempo – scrivono – la prescrizione corre con grave danno per le parti civili e le vittime e le loro associazioni senza le motivazioni della sentenza non possono neanche presentare appello», mentre «non si ferma la conta dei morti fra chi ha lavorato alla Pirelli, in attesa di una giustizia che non arriva mai, altri ex lavoratori continuano ad ammalarsi e morire». Per questo le associazioni «chiedono all’Autorità Giudiziaria di assumere i provvedimenti riguardo al caso in esame, riservandosi di intraprendere iniziative di lotta contro il persistere di questa malagiustizia che rappresenta un affronto». Il legale Laura Mara ha chiarito che le ragioni del lunghissimo ritardo nel deposito delle motivazioni «sono a noi ignote». A Milano, nel frattempo, negli ultimi processi sull’amianto con imputati ex manager di aziende sono sempre arrivate assoluzioni. «Continueremo a lottare – si legge ancora nella nota delle associazioni – anche nelle aule del tribunale, nelle piazze, nel territorio e sui luoghi di lavoro finché le vittime e i loro familiari non avranno avuto giustizia».