Il profitto uccide!

10 gennaio 2019

Vi sembra una cosa normale?

C’è una notizia di ieri, 9 gennaio 2019, che dovrebbe avere maggiore risalto. È una notizia come tante di un incidente stradale. Come ce ne sono tanti. Un’automobile è uscita di strada e il conducente è morto. Stava tornando a casa dal lavoro.

Si penserà “è una tragedia, certo, ma doveva prestare più attenzione, sono cose che succedono” e si passa ad altra notizia. Quella è una notizia come tante altre. Ma si provi a leggerla con un minimo di attenzione e, magari, si tenti di ragionare su quello che si nasconde dietro a questa notizia apparentemente uguale a tante altre che raccontano di una morte per incidente lungo una strada.

Ragioniamo. Perché non è una cosa normale che Carlo Di Sarno di 47 anni, il lavoratore deceduto nell’impatto della sua automobile contro un albero, stava tornando a casa dopo aver lavorato 12 ore. Sì, non è un errore, 12 ore di seguito nello stabilimento Arcelor Mittal (ex Ilva) di Taranto. Quella stessa acciaieria nella quale è “abitudine” fare straordinari (evidentemente tanti) e si sono lasciati a casa più di 1500 lavoratori considerati “esuberi”, inutili.

Domandiamoci quale logica ci sia in tutto questo.

Si dirà che è “così va il mondo”, che bisogna contenere i costi e che lo straordinario conviene perché costa meno che assumere altri lavoratori. Si obietterà che Carlo Di Sarno lavorava per un ditta subbalpaltatrice, che, quindi, la Arcelor Mittal (ex Ilva) c’entra poco. Oppure che, magari, lavorava così a lungo per guadagnare qualcosa in più, per “arrotondare”. Questo è il “sentire comune” in una società sempre più indifferente e individualista.

Ma proprio questo è il punto.

Le condizioni di isolamento e frammentazione che vivono i lavoratori e i bassi salari fanno si che si accetti qualsiasi cosa: orari e turni spaventosi, poca sicurezza, cancellazione di diritti (anche di quelli più elementari). Perché lavorare 12 ore, quale che sia l’attività e in particolare quando questa è faticosa di per sé, comporta necessariamente mancanza di attenzione, maggiore stanchezza, alienazione. E un colpo di sonno è sempre in agguato.

Proviamo a ragionare.

Non sarebbe meglio non avere bisogno di lavorare di più per avere un salario decente? E non sarebbe meglio che tutti potessero lavorare meno ore? Certo, lavorare meno a parità di salario e lavorare tutti significherebbe minore profitto per “lorpadroni”. E allora? Non si otterrebbe forse, una società più giusta e umana?

Giorgio Langella
Segretario regionale Veneto del PCI

Advertisements

Ospitaletto (BS) – Operaio muore colpito da una ruspa.

E’ morto oggi a Ospitaletto (BS) Larbi El Harrak , operaio marocchino, colpito da una ruspa in movimento, mentre era impegnato con altri colleghi. Per l’uomo non c’è stato nulla da fare: quando sono intervenuti i soccorsi era già deceduto.ambulanza.JPG

E’ l’undicesima vittima del lavoro nella nostra provincia, la settantesima della Lombardia mentre salgono a 693 le “morti bianche” in tutta Italia nel 2018, quasi il 10% in più rispetto all’anno scorso.

Ma per chi ci governa l’emergenza sono i questuanti e i poveri e la “sicurezza” si combatte mandando la polizia nelle scuole.

#socialismoobarbarie

IVECO BRESCIA – UNA PETIZIONE CONTRO LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE

E’ stata presentata alla stampa ieri, Giovedi’ 13 Dicembre ai cancelli dell’Iveco di Brescia, la petizione rivolta alle autorità cittadine, provinciali e regionali, alle forze politiche e alle associazioni industriali, per un confronto con i lavoratori e i cittadini sul futuro dello stabilimento di Brescia e, più in prospettiva, del futuro industriale della città.

L’appello, del quale si fanno promotori il Partito Comunista Italiano e la sezione bresciana del Partito dei C.A.R.C., nasce dai lavori di un intergruppo denominato “Futuro Iveco” che raccoglie, oltre ai militanti delle suddette organizzazioni, alcuni lavoratori del gruppo e di altre realtà industriali cittadine.

Lo stabilimento di via Volturno viene preso come simbolo di ciò che rimane di una città che aveva nell’industria il suo punto di forza e di ricchezza che è stato negli anni, e il processo è ancora in corso, smantellato nel nome di una terziarizzazione dell’economia che ha portato, e i dati sul livello medio dei salari lo dimostrano, ad un impoverimento generale delle famiglie e al lacerarsi del tessuto sociale cittadino e provinciale.

Rileviamo, con rammarico, che di tutte le testate giornalistiche e radiofoniche convocate si è presentato solo il Giornale di Brescia.

Di seguito il testo della petizione consultabile sul sito futuroiveco.wordpress.org  sul quale è possibile aderire alla raccolta firme.

QUALE E’ IL FUTURO DELL’IVECO DI BRESCIA?

Lettera aperta alla cittadinanza, alle istituzioni, ai sindacati e alle associazioni industriali.

CNH Industrial, il gruppo industriale italo-statunitense a cui appartiene l’IVECO, dopo aver quasi triplicato gli utili rispetto al 2017, ha annunciato in questi giorni un piano di investimento di circa 1,8 miliardi di euro in Italia nei prossimi tre anni, dei quali tre quarti verrebbero investiti in ricerca e sviluppo e il restante, 470 milioni circa, nel rilancio della produzione.

IVECO Brescia un tempo era quella che “dava da mangiare” ad altri stabilimenti del gruppo fornendo semilavorati, ma nel corso degli anni è stata “demansionata” al ruolo di assemblatore di pezzi prodotti altrove. Con la “toyotizzazione” del ciclo produttivo (ottimizzazione del lavoro con riduzione dei tempi morti e della forza lavoro impiegata) a partire dai primi anni 2000, con la “delocalizzazione” interna di interi reparti produttivi affidati a ditte esterne, con il trasferimento della produzione del Daily a Suzzara e la deportazione di oltre cinquecento dipendenti nello stabilimento mantovano, la fabbrica più importante di Brescia ha infine perso oltre la metà della forza lavoro.

Difficile non vedere in questo percorso la volontà di fiaccare l’orgoglio di un baluardo storico delle lotte operaie nella nostra città, di spezzare l’unità dei lavoratori e di ridimensionare il loro numero per poi spostare altrove la produzione. Così è stato fatto per altri stabilimenti grandi e piccoli in città e provincia, ultima la “Medtronic/Invatec” di Roncadelle acquistata pochi anni fa da una multinazionale americana e ora, dopo averne acquisito i brevetti, ne è stata annunciata la chiusura e il trasferimento in Messico ed Irlanda.

Che non ci si possa fidare delle promesse delle multinazionali l’abbiamo imparato a nostre spese!

Infatti tra pochi giorni i lavoratori delI’IVECO di Brescia verranno messi in Cassa Integrazione per oltre un mese, dal 14 Dicembre al 28 Gennaio e per il momento sembra non ci siano ordini né piano industriale per l’anno nuovo. La preoccupazione espressa dai vertici del sindacato alle ultime assemblee sembra confermare la volontà di progressivo “abbandono” da parte di CNH dello stabilimento bresciano. Anche nel riferire sul piano di investimenti da 2 miliardi di dollari i sindacati hanno parlato di “difficoltà oggettive” per gli stabilimenti di Brescia e Bolzano. La società, per ora, non commenta. Di certo c’è solo l’aumento della quotazione in borsa delle azioni del gruppo a seguito dell’annuncio e quindi ulteriori profitti per gli azionisti.

Brescia non può perdere anche questa realtà industriale, non può fare la fine di Torino, città deindustrializzata dove alla “movida” del centro storico fa da contraltare una periferia degradata e abbandonata.

Ne va non solo del lavoro dei circa 1700 lavoratori e delle loro famiglie e degli altrettanti lavoratori dell’indotto che rischierebbero di perdere il posto, ma del tessuto sociale stesso della nostra città e provincia, già ampiamente messo alla prova in questi anni di crisi e deindustrializzazione.

Chi svolge un ruolo istituzionale come rappresentante di una Repubblica fondata sul lavoro non può fingere di non vedere, non può lavarsene le mani!

Il Sindaco di Brescia e le istituzioni cittadine, provinciali e regionali devono occuparsene e utilizzare i loro poteri per assicurare un futuro ai lavoratori.

Gli eletti bresciani dell’attuale Parlamento, soprattutto quelli dei due partiti dell’attuale governo, che hanno vinto le elezioni proprio grazie al voto della classe operaia promettendo di lottare contro le delocalizzazioni e di difendere e aumentare i posti di lavoro, devono mantenere le loro promesse elettorali!

Li chiamiamo quindi, assieme ai sindacati e alle associazioni industriali del territorio, a dare la loro disponibilità ad incontrare i lavoratori dell’IVECO di Brescia e la cittadinanza, per discutere del futuro di questa fabbrica e del destino dell’industria bresciana in un Assemblea Pubblica da tenersi in tempi brevi.

Processo Pirelli – 28 morti, nessun colpevole

Pirelli Milano – 28 morti di mesotelioma da esposizione all’amianto, nessun colpevole e “il bastone tra le ruote” da parte della magistratura.

Processo Pirelli Milano: a due anni dall’assoluzione in Cassazione dei Manager non sono ancora state depositate le motivazioni della sentenza (per legge vanno depositate entro 90 giorni) impedendo di fatto la possibilità per le famiglie delle vittime di impugnare la sentenza.

«A due anni dalla sentenza del 19 dicembre 2016 con cui il Tribunale di Milano ha assolto nove ex manager Pirelli per 28 casi di operai morti o ammalati gravemente a causa dell’amianto, non risultano ancora depositate le motivazioni della sentenza del giudice Anna Maria Gatto». Lo scrivono il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro, Medicina democratica e l’Associazione italiana esposti amianto in un volantino distribuito a Palazzo di Giustizia e formalizzato in un documento indirizzato ai vertici del Tribunale. Quali gravi conseguenze porta la mancanza di deposito della motivazione? Fa correre la prescrizione e impedisce l’impugnazione. Gli ex dirigenti dell’azienda vennero assolti con formula piena nel processo cosiddetto “Pirelli bis”, centrato sulle accuse di omicidio colposo e lesioni gravissime per quasi 30 casi di operai morti o ammalati a causa dell’amianto, dopo aver lavorato negli stabilimenti milanesi dell’azienda tra gli anni ‘70 e ‘80. Le motivazioni sarebbero dovute arrivare dopo 90 giorni (i termini sono stati poi prorogati più volte).

Ora le tre associazioni hanno deciso di depositare «una segnalazione» al presidente del Tribunale di Milano Roberto Bichi e al presidente della quinta sezione penale Ambrogio Moccia (Anna Maria Gatto è ora presidente del Tribunale di Pavia), per denunciare «un grave nocumento per le parti civili rappresentate dall’avvocato Laura Mara». «Con il tempo – scrivono – la prescrizione corre con grave danno per le parti civili e le vittime e le loro associazioni senza le motivazioni della sentenza non possono neanche presentare appello», mentre «non si ferma la conta dei morti fra chi ha lavorato alla Pirelli, in attesa di una giustizia che non arriva mai, altri ex lavoratori continuano ad ammalarsi e morire». Per questo le associazioni «chiedono all’Autorità Giudiziaria di assumere i provvedimenti riguardo al caso in esame, riservandosi di intraprendere iniziative di lotta contro il persistere di questa malagiustizia che rappresenta un affronto». Il legale Laura Mara ha chiarito che le ragioni del lunghissimo ritardo nel deposito delle motivazioni «sono a noi ignote». A Milano, nel frattempo, negli ultimi processi sull’amianto con imputati ex manager di aziende sono sempre arrivate assoluzioni. «Continueremo a lottare – si legge ancora nella nota delle associazioni – anche nelle aule del tribunale, nelle piazze, nel territorio e sui luoghi di lavoro finché le vittime e i loro familiari non avranno avuto giustizia».

IL BILANCIO INVATEC/MEDTRONIC E LA MERITOCRAZIA

medtronic

20.249.000 euro, su un fatturato di oltre 70 milioni.

Questo, secondo quanto riportato dal rapporto Brescia 1000 imprese a cura di Bresciaoggi, l’utile relativo all’esercizio 2017 di Invatec S.p.a. Queste dunque le performance finanziarie alla vigilia della decisione della multinazionale controllante Medtronic, primo player mondiale nel settore dei medical device, di cessare le attività in tutti e due gli stabilimenti bresciani rimasti attivi del gruppo e delocalizzare la produzione in Messico e Irlanda. Perché in fondo, in un’economia liberale, non conta quanto tu sia bravo a fare qualcosa, ma se esiste qualcuno disposto a farlo a meno.

È questa meritocrazia? Forse sì, ma finché si confrontano aree economiche omogenee. quando si iniziano a confrontare le mele con le pere, l’Italia con il Messico o l’Irlanda (che, ricordiamo, è stata soggetta a più di una procedura infrazione per la prassi di “aggiustare” le aliquote fiscali alle multinazionali) ecco che la retorica liberale della meritocrazia perde tutto il suo potere immaginifico e si svela per ciò che é, ovvero la retorica dell’ipocrisia, del sottosviluppo, della povertà e della regressione. La stessa retorica che suona il requiem delle democrazie occidentali, ormai del tutto prone e succubi agli interessi finanziari internazionali dietro una patina sempre più sottile di legittimità costituzionale.

COMMISSIONE LAVORO PCI BRESCIA

PRESIDIO CONTRO LE MORTI SUL LAVORO – SABATO 3 NOVEMBRE A BRESCIA

Dall’inizio del 2018 sono già circa 600 i morti sul posto di lavoro, dato che raddoppia se si considerano anche quelli in itinere. Una strage quotidiana, uno stillicidio di vite per lo più ignorato dai media e dai politici.

Sabato 3 Novembre in Largo Formentone a Brescia contro questa barbarie il PCI organizza, dalle ore 15, un presidio durante il quale verrà data lettura del “Diario delle morti bianche” estratto dai dati dell’Osservatorio Indipendente dei morti sul lavoro di Bologna.

I lavoratori e le forze politiche e sindacali sono invitate a partecipare e ad intervenire.

VOLANTINO MORTI SUL LAVORO.png

Il robot Atlas e la manifestazione del 20 ottobre.

 

Non è un film di fantascienza né computer grafica, è la presentazione di Parkour Atlas, prototipo di robot umanoide di ultima generazione della Boston Dynamics che potrà, a breve, sostituire l’essere umano nei lavori pesanti o pericolosi. Lungi da ogni tentazione luddista, primitivista o conservatrice, posizioni ampiamente stigmatizzate già da Karl Marx, i comunisti si devono attrezzare per fare in modo che queste innovazioni, frutto dell’intelligenza generale della specie umana, vengano messe al servizio di essa e non diventino un ulteriore strumento di asservimento delle masse lavoratrici.

Solo una società socialista, liberata dallo sfruttamento di classe, potrà assicurare che la tecnologia diventi una forza liberatrice.

Infatti, “in quanto la conoscenza e la ricerca scientifica sono impiegate per la costruzione di congegni meccanici utili a produrre quantità maggiori di merce, in un intervallo di tempo minore, le macchine sono la forma adeguata del capitale fisso e derivano dalla oggettivazione dell’abilità conoscitiva, cioè dal general intellect divenuto un pezzo hardware.” «Allora l’invenzione (prodotto del cervello sociale, in quanto insieme delle abilità linguisitico-cognitive proprie di ogni vita umana, fondo biologico invariante e specie-specifico dell’Homo sapiens sapiens) diventa una attività economica e l’applicazione della scienza alla produzione immediata un criterio determinante e sollecitante per la produzione stessa» (Karl Marx – Frammento sulle macchine).

È quindi necessaria, oggi più che mai, la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e il controllo popolare su di essi.
Primo passo è chiedere a gran voce al governo la nazionalizzazione delle industrie strategiche e il controllo statale sui programmi industriali e su quelli di ricerca e sviluppo.

Il 20 ottobre manifestiamo in massa a Roma: “Nazionalizzare Ora!”

Commissione Lavoro PCI fed. Brescia