Processo Pirelli – 28 morti, nessun colpevole

Pirelli Milano – 28 morti di mesotelioma da esposizione all’amianto, nessun colpevole e “il bastone tra le ruote” da parte della magistratura.

Processo Pirelli Milano: a due anni dall’assoluzione in Cassazione dei Manager non sono ancora state depositate le motivazioni della sentenza (per legge vanno depositate entro 90 giorni) impedendo di fatto la possibilità per le famiglie delle vittime di impugnare la sentenza.

«A due anni dalla sentenza del 19 dicembre 2016 con cui il Tribunale di Milano ha assolto nove ex manager Pirelli per 28 casi di operai morti o ammalati gravemente a causa dell’amianto, non risultano ancora depositate le motivazioni della sentenza del giudice Anna Maria Gatto». Lo scrivono il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro, Medicina democratica e l’Associazione italiana esposti amianto in un volantino distribuito a Palazzo di Giustizia e formalizzato in un documento indirizzato ai vertici del Tribunale. Quali gravi conseguenze porta la mancanza di deposito della motivazione? Fa correre la prescrizione e impedisce l’impugnazione. Gli ex dirigenti dell’azienda vennero assolti con formula piena nel processo cosiddetto “Pirelli bis”, centrato sulle accuse di omicidio colposo e lesioni gravissime per quasi 30 casi di operai morti o ammalati a causa dell’amianto, dopo aver lavorato negli stabilimenti milanesi dell’azienda tra gli anni ‘70 e ‘80. Le motivazioni sarebbero dovute arrivare dopo 90 giorni (i termini sono stati poi prorogati più volte).

Ora le tre associazioni hanno deciso di depositare «una segnalazione» al presidente del Tribunale di Milano Roberto Bichi e al presidente della quinta sezione penale Ambrogio Moccia (Anna Maria Gatto è ora presidente del Tribunale di Pavia), per denunciare «un grave nocumento per le parti civili rappresentate dall’avvocato Laura Mara». «Con il tempo – scrivono – la prescrizione corre con grave danno per le parti civili e le vittime e le loro associazioni senza le motivazioni della sentenza non possono neanche presentare appello», mentre «non si ferma la conta dei morti fra chi ha lavorato alla Pirelli, in attesa di una giustizia che non arriva mai, altri ex lavoratori continuano ad ammalarsi e morire». Per questo le associazioni «chiedono all’Autorità Giudiziaria di assumere i provvedimenti riguardo al caso in esame, riservandosi di intraprendere iniziative di lotta contro il persistere di questa malagiustizia che rappresenta un affronto». Il legale Laura Mara ha chiarito che le ragioni del lunghissimo ritardo nel deposito delle motivazioni «sono a noi ignote». A Milano, nel frattempo, negli ultimi processi sull’amianto con imputati ex manager di aziende sono sempre arrivate assoluzioni. «Continueremo a lottare – si legge ancora nella nota delle associazioni – anche nelle aule del tribunale, nelle piazze, nel territorio e sui luoghi di lavoro finché le vittime e i loro familiari non avranno avuto giustizia».

Presidio in solidarietà del PC Polacco – 3-12-2018

2Il comitato regionale lombardo del Partito Comunista Italiano, assieme al Partito della Rifondazione Comunista, hanno organizzato un presidio davanti al consolato polacco a Milano per protestare contro la persecuzione giudiziaria che sta avvenendo in Polonia nei confronti del locale Partito Comunista. Vietare la libertà di associazione e di esposizione dei simboli del partito, è una condizione inaccettabile per un paese membro dell’Unione Europea, Unione che si fa vanto di decantati principi di libertà, che deve la sua liberazione dal nazismo e dal fascismo in gran parte all’Armata Rossa – e solo in minima parte all’impegno militare dell’alleanza atlantica, come invece vorrebbero farci credere in questi decenni i maggiori media mainstream.

La discussione sulla singola storia dei singoli paesi dell’ex blocco sovietico non può essere giustificativa di una condanna puramente ideologica nei confronti dell’idealità comunista, idealità in nome della quale decine di migliaia di partigiani, anche in Europa occidentale, hanno dato la propria vita, a differenza di molte élite liberali e borghesi, combattendo regimi fascisti anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, si pensi a Spagna, Portogallo e Grecia.

Una delegazione del PCI e del PRC è stata ricevuta dal console della Repubblica di Polonia in mattinata.

PCI Regione Lombardia

 

 

Mai più lager – NO ai CPR – 1 dicembre 2018

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● Sabato 1° dicembre – manifestazione regionale contro l’apertura del CPR di via Corelli e contro il decreto Salvini

● Sabato 1° dicembre manifestiamo contro la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli, che lascia sulla strada i suoi abitanti e senza lavoro i suoi operatori, e la minaccia di trasformarlo nuovamente in un centro di detenzione per migranti.

● Punire col carcere una persona non per le azioni che ha commesso, ma per una condizione che non ha scelto come la nazionalità, è un orrore giuridico che distrugge i principi di eguaglianza davanti alla legge e di responsabilità personale; eppure da quando nel 1998 la legge Turco-Napolitano introdusse per la prima volta la detenzione amministrativa, cioè non conseguente a fatti penali, questo orrore è realtà anche nel nostro paese.

● Vent’anni dopo, è doveroso chiedersi che frutti ha portato la scelta di una politica di chiusura, basata sulla finzione della gestione dei flussi migratori e il controllo poliziesco delle persone migranti: ha davvero messo sotto controllo le migrazioni? Aumentato il benessere degli e delle abitanti di questo paese? Reso più giusta e salda la costruzione europea? Fermato la minaccia del terrorismo o l’emergere del razzismo?
Sono stati invece vent’anni di trattamenti inumani e degradanti. Questo lo attestano anche le due condanne della Corte Europea per i Diritti Umani e la recentissima denuncia del garante per i detenuti, nonché le rivolte e i gesti di protesta spesso estremi, come ad esempio le bocche cucite col fil di ferro al CIE di Roma.

● Purtroppo l’indignazione pubblica non ha avuto come conseguenza dei reali cambiamenti. È ora di affrontare la realtà: questa politica di gestione dell’immigrazione, perseguita a livello italiano ed europeo da governi di diverso colore politico con ostinata miopia, è stata un totale fallimento.

● In questo senso riteniamo che gli ex CIE, ribattezzati dallo scorso governo CPR, siano la punta dell’iceberg di un insieme di leggi liberticide che si sono dimostrate un totale fallimento da qualsiasi prospettiva le si voglia affrontare. Il recente decreto Salvini si pone in continui


tà con quanto compiuto negli scorsi vent’anni, alimentando il circuito negativo che relega oggi centinaia di migliaia di persone al di fuori di uno stato di diritto, precarizzando ulteriormente la vita di chi è immigrato in Italia con quella che di fatto è la negazione di diritti che dovrebbero essere garantiti dalla costituzione a tutti coloro che vivono in Italia.

● Per riaprire una via verso un futuro di pace e benessere per il nostro paese e per l’Europa intera non c’è altra via che ribaltare il piano di discussione pubblica attorno alle migrazioni, che tra talk show televisivi, social network e una sfrontata retorica xenofoba e razzista di molti leader politici italiani ed europei ha creato il mostro che oggi ci ritroviamo ad affrontare. Quello che sta accadendo sulla pelle degli immigrati oggi non è nient’altro che un trampolino di lancio per quello che un domani potrà essere applicato a tutti e tutte.

● Cambiamo questo approccio ora, partendo dall’apice di tutte le contraddizioni, impedendo che queste carceri per innocenti vengano riaperte e facendo chiudere quelle esistenti. L’indignazione non basta più: il 1° dicembre invitiamo tutte le associazioni, i cittadini, i comitati, i collettivi, i sindacati e i partiti a partecipare a una grande manifestazione che, partendo da piazza Piola, termini di fronte a quello che vogliono trasformare in Lager.

#maipiùlager #NoCPR #NoDLSalvini #pontinonmuri #restiamoumani

TRASPORTO FERROVIARIO LOMBARDO CRONACA DI UN DISAGIO PERPETUO.

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa cronaca di un disagio che ormai va avanti da lungo tempo, troppo spesso si susseguono disagi ora provocati da guasti, ora da incidenti.

Il sistema ferroviario lombardo, come quelli di tutte le regioni d’Italia,  è stato sacrificato sull’altare della privatizzazione e dei tagli indiscriminati. Nel nostro paese a fronte dell’investimento di decine di miliardi di euro per l’alta velocità, non si fa nulla per il sistema dei trasporti per i pendolari affidato ad una SPA.

PCI Federazione Varese

TRASPORTO FERROVIARIO LOMBARDO CRONACA DI UN DISAGIO PERPETUO.

Come ogni sera, il pendolare medio cerca di correre sul primo treno possibile, per tornare a casa dalla famiglia e riposare.
Talvolta, anzi ormai fin troppo spesso, questi bei progetti vanno in fumo.
Ieri, a distanza di circa una settimana dagli ultimi disagi sulla nostra tratta ferroviaria, abbiamo vissuto un’altra serata da incubo.
La cronaca della vicenda che mi impegno a riportare, non vuole andare ad analizzare la possibilità di una prevenzione per questi investimenti, volontari o meno, quanto piuttosto fare un quadro generale su quella che è la risposta di Trenord, Trenitalia e RFI nelle situazioni di criticità estrema (ormai drammaticamente frequenti, quasi costanti), ribadendo le condoglianze alla famiglia della vittima e la vicinanza a chiunque sia stato coinvolto in questa tragedia.
Chiusa una premessa fin troppo lunga, giungo ai fatti.

20 novembre 2018, sono le 18.32 salgo sul treno 5328, un Porto Ceresio, partito in orario da Garibaldi. Il viaggio, come sempre, è quello tipico degli orari di punta, in modalità“ scatola di sardine”, ma grazie al cielo, dico tra me, sono riuscita a sedermi e per giunta con una cara amica. Passiamo Rho Fiera, accumulando i canonici “quasi 10 minuti di ritardo”, ma si viaggia senza intoppi, fa solo eccessivamente caldo, ma tutti speriamo che questa sauna indesiderata finisca presto.
Alle 19 circa ci fermiamo a metà tra Vanzago e Parabiago, passano 10 minuti e qualcuno di noi legge su FB che c’è stato un investimento (proprio a Parabiago) da parte del treno 2140, quello a noi precedente, che giungeva da Centrale. Dopo altri 10 minuti il capotreno ci comunica della disgrazia, prospettando ritardi imprecisati (fino a 120 minuti) per l’intervento dell’autorità giudiziaria. Passa un’ora, lo stesso annuncio non ci dà maggiori informazioni, siamo ancora fermi nella campagne, stipati e impossibilitati a giungere in una stazione.
Ad un certo punto, sulla mia carrozza, rischia di verificarsi “un dramma nel dramma”, poiché stando così stipati, qualcuno si sente male. Non si riesce a fargli spazio intorno, ma si riesce a trovare un medico a bordo e la situazione a poco a poco si tranquillizza. Nel frattempo, nessuno passa a darci informazioni e dalle altre carrozze giunge voce che non vi sia alcuna risposta dagli interfoni di emergenza.
Ore 20.40, parte l’ennesimo annuncio e questa volta ci viene detto che verremo (forse) arretrati a Vanzago. Ci muoviamo circa mezzora dopo e giungiamo in stazione alle 21.15.
Una volta scaricati sul binario, se ne lavano le mani e ci lasciano senza informazioni, eccezion fatta per i tabelloni che riportano cancellazioni e ritardi fino a 65 minuti ( a partire da quando poi, non è dato saperlo).
In questa situazione, ci siamo arrangiati per spirito di sopravvivenza e, dopo aver capito che nessuno ci avrebbe più dato risposte certe, abbiamo tutti cercato un’alternativa per tornare a casa.
Alcuni di noi trovano un passaggio e altri chiamano un taxi, cercando di dividerlo per non spendere lo stipendio intero.
Tra una cosa e l’altra, prima delle 22.30/23.00 nessuno è riuscito a rientrare e qualcuno, che per necessità ha dovuto aspettare un treno (agibile), ha fatto notte su quella benedetta tratta.
Le vicende narrate sono un chiaro esempio del fatto che qualcosa non funzioni. Si denotano in ordine: una mancanza di organizzazione del trasporto ferroviario lombardo, un servizio imbarazzante e una viscerale incapacità di fornire informazioni in tempi umani.
Le disgrazie possono capitare, ma la tutela degli utenti passa anche da una comunicazione chiara e onesta. Come ogni volta, i pendolari sono stati trattati “da chi di competenza” (i gestori della tratta sono vari) come pacchi non senzienti, ai quali non è necessario dare spiegazioni e ai quali sembra non sia dovuto mai nulla, nemmeno un trattamento civile.

Tatiana Bossi

L’ALTRO RISORGIMENTO

BUSTO ARSIZIO COMITATO ANTIFASCISTA

L’altro Risorgimento

contributo di Cosimo Cerardi segretario provinciale PCI Federazione Varese

L’evento bustese dato dalla venuta del Principe Filiberto di Savoia atto ad “inaugurare” la Piazza, ristrutturata, Vittorio Emanuele II, nel giorno in cui ricorre l’ottantesimo della firma da parte del re d’Italia Vittorio Emanuele III delle ignominiose “ Leggi sulla Razza”, hanno riaperto, ancora una volta, una ferita che nel nostro paese non si è mai rimarginata.
Per questo inaccettabile è stata l’iniziativa del centro destra cittadino per ridare lustro ad una piazza che poteva prendere qualsiasi altro nome, compreso il suo nome usuale che le veniva dato da tutti i cittadini bustesi.
Ma, ciò detto, la” questione dei Savoia” deve avere una risposta storiografica-politica da parte dei comunisti di Busto Arsizio.
La prima è data dal fatto che Casa Savoia non è mai stata interessata alle vicende delle classi subalterne delle popolazioni italiane, semmai a quanto le vicende italiane potevano essere più o meno funzionali ai giochi dinastici italiani visti nella prospettiva di “un’estensione”, allargamento, del regno di Piemonte, infatti in virtù di ciò era abitudine dei regnanti Savoiardi cambiare repentinamente alleanze ora a fianco della Francia, ora della Spagna e successivamente degli Asburgo (Austria).

Di tal casata, a differenza di quanto si è letto sui quotidiani locali, in riferimento all’“evento inaugurazione della piazza Vittorio Emanuele”, non vi è “una parte buona”, della “Casa Savoia”, ad esempio : Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II.

Di Carlo Alberto di Savoia basta ricordare come ignominiosamente il sovrano piemontese abbandonò nel 1848, I guerra d’Indipendenza, la Lombardia, la difesa di Milano: l’armistizio siglato dal generale Salasco del 9 agosto colse la popolazione milanese di sorpresa e quando lo venne a sapere mise d’assedio, infuriata, il palazzo Greppi e lo stesso Carlo Alberto dovette attendere la notte per uscire, come un ladro, inseguito da insulti e dalle minacce della folla (in questo senso si esprime anche uno scrittore-giornalista-opinionista, di destra come Indro Montanelli nella sua, ” Storia d’Italia”, Corriere della Sera, Vol. 5, p 192).
Ma anche per Vittorio Emanuele II non mancano le negative sottolineature, di ciò lo stesso Camillo Benso, Conte di Cavour, primo ministro del regno, grande e geniale artefice della unificazione nazionale sotto la corona savoiarda (dal 1850 fino al 1860), ne ha pagato lo scotto.
L’acquisizione del Regno delle due Sicilie, da parte dei Savoia, significò per costoro semplicemente un “allargamento del Piemonte”, niente di più e niente di meno, e ciò lo si può leggere in tutta la linea che animò la politica dei Savoia nell’Italia post 1860, dove la costruzione amministrativa dello stato unitario venne nei fatti pagata da un vergognoso prelievo fiscale imposto ai contadini del regno (non si dimentica nemmeno la drammatica soluzione militare data dai Savoia alla ribellione delle masse contadine), soprattutto meridionali, la “tassa sul macinato”, per non parlare della vendita delle terre demaniali alla ricca borghesia compradora cittadina che ben saldava il suo potere con l’aristocrazia latifondista meridionale, creando così un blocco di potere che ha impedito qualsiasi avanzamento sociale progressivo da parte del mondo rurale italiano (questione della Riforma Agraria, ovvero la “Questione Meridionale”).
Nel Nord Italia, qualche anno dopo, per non dimenticare il massacro, a Milano, di operai in sciopero (1898), fatto dal Generale Fiorenzo Bava Beccaris per ordine del sovrano Umberto I di Savoia.
L’arrivo poi al potere di Vittorio Emanuele III non cambiato la traiettoria di tal Casato: continui colpi di mano fatti a danno del parlamento di quella fragile forma parlamentare “concessa” dallo Statuto Albertino.
Dalla vicenda della nostra entrata in guerra, nella I guerra Mondiale, al “colpo di stato”, dato dalla nomina di Benito Mussolini a capo del Governo nell’Ottobre del 1922 (il “colpo di stato” lo si è anche visto con il 25 luglio del 1943, con l’arresto di Mussolini), con il conseguente ventennio fascista che ha significato la cancellazione di qualsiasi barlume di stato di diritto, di stato garante delle libertà individuali e collettive, guerre di conquiste coloniali, di scimmiottamento del Reich nazista con l’assunzioni delle famigerate “Leggi Razziali”, oggetto del nostro odierno contendere, fino al dramma della II Guerra Mondiale che ha comportato in Europa la perdita di 52 milioni di morti.

Ma, a questo punto, è possibile presentare un’altra linea di lettura storiografica del nostro Risorgimento, possiamo, noi comunisti indicare un piano di un’altra “possibile “ interpretazione dei fatti storici che hanno costruito e costituito la storia recente del nostro paese? Credo che sia possibile, ed è data da quella linea che venne sconfitta in quell’arco storico, ma che rimase e rimane come fatto significativo ancora oggi tutto da disceverare (in ciò si fa riferimento alla straordinaria lettura che Antonio Gramsci presenta nei Quaderni del Carcere del Risorgimento Italiano, Q.1, ed. Gerratana, Einaudi 1975), quella linea che passa da Giuseppe Mazzini a Carlo Cattaneo, senza dimenticare Carlo Pisacane e il grande talento militare dell’unico non sconfitto militare ,“il generale” del Risorgimento italiano, Giuseppe Garibaldi (P.Pieri, Storia Militare del Risorgimento Italiano, Einaudi 1962), politicamente naufragato, però,sugli scogli del ritardo storico della classe dirigente democratica del nostro paese.

 

 

TRINCIA: Leggi razziali, Emanuele Filiberto non riesce a condannare il bisnonno

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